WINE TALES MAGAZINE - Marco Parusso. Il vino assoluto
Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
Le Langhe hanno un problema: sono troppo belle.
Le colline scendono morbide una dentro l’altra, i vigneti sembrano disegnati con il righello, le strade bianche salgono verso cascine restaurate con pietre antiche e piscine a sfioro. Nei pomeriggi d’autunno la luce diventa dorata e i turisti si fermano a fotografare i filari come se fossero davanti a un monumento. È un paesaggio che sembra eterno.
Ma non lo è.
Se si vuole capire davvero cosa sono state le Langhe bisogna leggere Beppe Fenoglio nel suo romanzo La malora: non c’è nulla della dolcezza da cartolina che oggi associamo a queste colline. Ci sono fame, debiti, campi magri e famiglie contadine che sopravvivono a fatica. Malora.
Per molto tempo le Langhe sono state una terra dura tanto dura che chi poteva, partiva.
Eppure, è da quella stessa terra dura che poi è nato uno dei vini più celebrati del mondo come il Barolo. Un paradosso che attraversa tutta la storia delle Langhe.

Quando il Barolo non valeva nulla
Oggi il nome Barolo è sinonimo di prestigio. Le bottiglie finiscono nelle carte dei vini di New York, Tokyo, Copenhagen. Gli ettari di vigneto valgono cifre che pochi agricoltori di mezzo secolo fa avrebbero mai potuto immaginare. Non avrebbero neanche saputo contare i soldi che oggi sono necessari per acquistare un ettaro di vigna. Sempre che ve ne siano in vendita.
Negli anni Settanta non era così.
Il Barolo si vendeva spesso sfuso, in damigiana. Il mercato era incerto. Molti contadini preferivano piantare altro e se proprio si fosse voluto piantare uva, non sarebbe stato certamente Nebbiolo. Semmai Dolcetto. Almeno quello si vendeva.
Se vendevo sei cartoni di Dolcetto era festa. Il Barolo lo regalavi.
Molte vigne di Nebbiolo venivano affittate per pochissimo. Richiedevano troppo lavoro e davano risultati incerti.
Il Nebbiolo non lo voleva nessuno. Era complicato, costoso, difficile da vendere.
Le Langhe erano ancora una terra agricola povera, segnata dall’emigrazione. Molti partivano per Torino con il miraggio della Fiat o per la Francia. Chi decideva di rimanere aveva una vita difficile. Dura.

Quando Marco Parusso racconta la sua infanzia, sembra di entrare in un’altra epoca. Un universo parallelo per chi è giovane oggi.
Alle elementari portavamo la legna da casa per scaldare la classe.
Non è una frase nostalgica. È una fotografia precisa. Pur sorridendo, credo ricordi ancora il freddo patito. Una volta che ce l’hai dentro, è come una stimmate. Tanto dura che non auguri a nessuno di patirla. È così però che ti fai le ossa, che capisci cosa voglia dire soffrire.
Le borgate delle Langhe erano piccoli mondi autosufficienti: una chiesa, qualche casa, una manciata di famiglie. Ognuno aveva un po’ di terra, spesso meno di un ettaro, e con quella terra doveva vivere. Vivere. O sopravvivere. Esattamente così. Non c’erano altri lavori, altre strade da percorre. Con quella terra, magari qualche bestia, dovevi vivere e far vivere una o più famiglie.
In quell’ettaro dovevi farci stare tutto. Vigna, orto, galline, magari una mucca. E con quello dovevi mandare avanti la famiglia.
La logica contadina era semplice. Ma concreta. Essenziale e al contempo cruda. Reale
Ci dicevano sempre una cosa: vendere il bello e mangiare il buono.
È una frase che sembra uscita da una poesia di Cesare Pavese. In romanzi come La luna e i falò il paesaggio delle Langhe è già pieno di malinconia: le colline come luogo di ritorno, di memoria, di infanzia perduta. Così, per chi ci viveva non era nostalgia. Era lavoro e il vino faceva parte della dieta quotidiana. Non era un lusso, né un oggetto da degustazione.
Era nutrimento.

Un ragazzo che non voleva fare il contadino
Marco non pensava di fare questo mestiere. Non era proprio nella sua idea di ragazzo. Perché avrebbe dovuto in un territorio così povero?
Io non avrei mai fatto il contadino. Mio padre non aveva neanche il trattore.
Il papà di Marco aveva iniziato a imbottigliare vino nei primi anni Settanta. Troppa fatica e un guadagno incerto. Non era cosa.
Come molti ragazzi delle Langhe, Marco sceglie la scuola enologica di Alba. Per lui, quasi per caso. Non perché sogni di diventare vignaiolo, ma perché era una scuola pratica, concreta. O magari perché pensava si studiasse poco. Poi succede qualcosa che spesso accade nelle storie di vocazione: un incontro.
Sono gli anni Ottanta. Le Langhe sono attraversate da una piccola rivoluzione culturale guidata da una generazione di giovani produttori: Domenico Clerico, Luciano Sandrone, Giorgio Rivetti, Enrico Scavino, Elio Altare. Molto tempo dopo qualcuno li chiamerà Barolo Boys.
Domenico Clerico, poi Marco De Grazia, italoamericano dalla cultura borgognona, che capì per primo come i piccoli produttori potessero avere un futuro se si comportavano come i vignerons di Borgogna: nome proprio, parcella propria, identità propria.
De Grazia ha fatto un lavoro pazzesco. Ha copiato il sistema borgognone per i piccoli produttori italiani e ci ha aperto un mondo.
Poi è arrivato il gruppo, quello che il film Barolo Boys ha reso leggenda.
Un documentario abbastanza romantico e non troppo lontano dalla verità.
Marco era il più giovane, lo avevano tirato dentro, ma l’energia era quella giusta.
Eravamo un po’ disperati. Ed è stato uno stimolo importante. Ci trascinavamo un po’ a vicenda. C’era questo spirito bello, di amicizia, dove tutti ci siamo dati a capofitto con questa sfida. Prima con noi stessi, poi tra di noi, poi con il mondo del vino..
È questa la cosa che distingue le rivoluzioni vere da quelle estetiche: l’aver messo il corpo dentro, non solo le idee. Non c’era nessuna idea di rivoluzione. un gruppo di amici che provava a fare qualcosa di diverso. Divertendosi
Eravamo ragazzi curiosi. Ci trovavamo, assaggiavamo, parlavamo di vino.
Marco ricorda una atmosfera di amicizia, di complicità, di risate.
Domenico Clerico mi ha aperto un mondo. Loro avevano capito che per far crescere questo territorio dovevamo coinvolgere i giovani.
Un momento di puro fermento. Si viaggia, si assaggiano vini stranieri, si scoprono territori fantastici come la Borgogna. Il fermento porta novità, scoperta, amicizia, gioia di vivere. Una luce di speranza nelle nebbie delle Langhe. Un po’ di sorrisi oltre la malora.
Quando ho iniziato a bere vini veramente buoni mi si è accesa una lampadina. Ho capito che il vino poteva essere qualcosa di molto più grande.
Nel 1986 Marco si diploma, parte militare, torna e comincia. L’azienda di suo padre non aveva neanche un trattore. Sua sorella Tiziana gli dice: dai, ti aiuto. Partono così, da poco o niente. I pensionati che lo aiutavano in vigna gli ridevano dietro, un ragazzo di vent’anni con le sue idee. Nel 1987, quando i bianchi in zona non li faceva nessuno, pianta dei vitigni a bacca bianca su una collina rotonda che chiama Rovella.
È stato il vino che mi ha aperto il mio concetto di vino. Ho capito che il vino buono non ha colore.
Quel ragazzo che non voleva fare il contadino si ritrova oggi insieme a sua sorella Tiziana a gestire una azienda con 23 ettari per la maggior parte coltivati a Nebbiolo. Non so se sia una sorta di contrappasso. Di certo è quello che il destino ha voluto per Marco e Tiziana e che loro non solo hanno accettato ma completamente interiorizzato. Dal 1990.

l momento in cui il mondo guarda le Langhe
Il vino ha una cosa in comune con il cinema o la letteratura: a volte basta un evento simbolico per cambiare una narrazione e nel 1993 accade qualcosa del genere.
Il Barolo Cannubi Boschis 1990 di Luciano Sandrone riceve 100 punti da Robert Parker. È un momento quasi mitologico per il mondo del vino. Un episodio che è comunque l’apice di un momento di fermento di tanti giovani produttori che, insieme e divertendosi, cercano di far rinascere un territorio. Un territorio fino ad allora appartenuto solo alla malora e al massimo al Dolcetto che inizia ad essere riscoperto. Come se la nebbia del Dio Nebbiolo cominciasse un po’ a diradarsi.
Improvvisamente le Langhe entrano nel radar internazionale. Barolo diventa una parola global e da quel momento il territorio inizia a trasformarsi rapidamente: turismo, investimenti, nuove cantine, nuove strade. Un territorio che per secoli aveva prodotto povertà diventa improvvisamente un luogo di desiderio. Con il rischio del paesaggio perfetto Un paesaggio costruito dagli uomini
Se si guarda una collina delle Langhe dall’alto si capisce una cosa semplice. Questo paesaggio non è naturale. È un’opera collettiva costruita in secoli di lavoro umano. Filari, terrazzamenti, strade sterrate, cascine. Perfino la piccola cappella colorata tra i vigneti di La Morra, oggi una delle immagini più fotografate della zona, era stata costruita semplicemente come riparo per i contadini durante i temporali: la Cappella del Barolo. Oggi è un’icona artistica.

È il destino delle Langhe: trasformare il lavoro quotidiano in paesaggio culturale.
Oggi le Langhe sono patrimonio mondiale dell’UNESCO e l’intero paesaggio vitivinicolo è considerato un bene culturale. Ma sotto la superficie perfetta si intravede una domanda: cosa succede a una terra contadina quando diventa un luogo di culto per il turismo internazionale?
Le vecchie cascine diventano resort. I vigneti diventano scenografia. E spesso il lavoro nei campi è affidato a lavoratori arrivati da altri paesi: Romania, Albania, Marocco. Il paradosso tipico dell’agricoltura contemporanea. Le terre diventano ricche proprio quando i contadini scompaiono.
Il vino come alimento
In mezzo a questo cambiamento Marco continua a ripetere un’idea che suona quasi radicale.
Il vino non è una bevanda. È un alimento.
È una visione che appartiene alla civiltà contadina europea. Per secoli il vino è stato parte della dieta quotidiana. Pane, minestra, formaggio, vino. Non degustazione. Non collezionismo. Semplicemente vita quotidiana.
In primavera le famiglie raccoglievano erbe spontanee nei campi, tarassaco, ortiche, borragine solo per trasformarle in zuppe o frittate. Il vino accompagnava questi piatti poveri. Era energia per il lavoro.
Il vino nasce per stare a tavola. Non per essere bevuto da solo. Oggi il vino è diventato un prodotto edonistico. Ma il suo ruolo originario era nutrizionale.

Il vino assoluto
Marco continua a ripetere vino assoluto. Non è un concetto tecnico. È quasi una filosofia. Qualcosa che è nella cultura di chi fa vino con il cuore e con l’anima. Un elemento primordiale. Un nutrimento essenziale.
Tutto parte dal grappolo. Dal frutto, custode del patrimonio nutritivo. Un alveo di elementi che raggiungono il culmine della loro irripetibile espressione con la grande maturazione ovvero il riposo in cantina dopo la raccolta. Una sorta di riposo del guerriero, di scura tranquillità necessaria perché avvenga il vero miracolo.
Poi continua a rimanere intero quel grappolo. Lo fa fino alla fine. Portandosi dietro i raspi nel freddo. Perché i profumi emergano. Perché ogni singolo precursore dia il proprio impagabile contributo.
Il riposo, quello vero, avviene nelle barrique di legno nuovo. Li e solo li, sollecitandolo ogni tanto, avviene la magia.
Il vino buono non ha colore.
Bianco o rosso non importa. Quando un vino è davvero grande appartiene a una categoria minuscola. Per questo ama sperimentare. Tecniche da rosso sui bianchi. Leggerezza dei bianchi nei rossi. Come una necessità di sfuggire alle categorie, di non essere catalogato.
È una ricerca che ricorda quella di certi artisti contemporanei: togliere, semplificare, ridurre fino all’essenziale.
Quando un vino è veramente buono appartiene a una piramide molto piccola.
Per questo ama sperimentare.
Nei bianchi cerco la profondità dei rossi. Nei rossi cerco la leggerezza dei bianchi.
Ride mentre lo dice.
Se chiudi gli occhi il mio Barolo sembra quasi un bianco. Il mio bianco in bocca sembra un rosso.
È una ricerca che non ha una conclusione precisa.
Il vino assoluto in teoria esiste. In pratica forse non si farà mai.
Sembra la ricerca della pietra filosofale, del Sacro Graal della immortalità. Ricercate per ogni dove ma mai trovate così da lasciarle nell’immaginario, nei romanzi, nei film. Per Marco è qualcosa di assoluto ma che lo porta sempre a ricercare qualcosa, qualche elemento che lo possa far avvicinare a quel vino. Una sorta di guardare lontano per arrivare lontano. Non necessariamente con se. Sicuramente con il pensiero, l’anima.

Ho assaggiato i vini di Marco durante un evento di Cuzziol Grandivini a Roma. La sensazione è stata di qualcosa di diverso, insolito eppure straordinario. Si le Langhe. Si il Nebbiolo. Ma c’era qualcosa di diverso nei suoi vini. Ecco perché gli ho chiesto di poter avere qualcosa sul quale meditare un attimo. Capire se quell’assoluto avesse un senso diverso.
Tre vini dunque dei quali parlare.
Il primo è il Rovella 2022. Un Sauvignon Blanc, vitigno che nelle Langhe, forse complice la vicina Francia, ha trovato spazio nel tempo per conquistare anche il settore dei bianchi. In realtà si è conquistato un posto di tutto rispetto sfruttando, ovvero arricchendosi, di un terroir che è palcoscenico incredibile. Sarebbe come portare alla Scala di Milano il Cyrano de Bergerac. Cosa avvenuta realmente nel 2008 con Placido Domingo a fare da protagonista. Il Rovella affina a contatto con i lieviti in piccoli contenitori. Piano piano. Senza fretta. Il tempo che serve.
Una profondità che si concede
Rovella è il nome della cascina acquistata nel 1925 in località Bussia, dove oggi sorge la cantina di famiglia. Un nome che porta con sé il tempo, la terra, il senso di permanenza che solo certi luoghi sanno custodire. Allora il nome doveva custodire qualcosa di inaspettato, qualcosa che rompesse la linearità di una storia costruita sul Nebbiolo: non poteva che essere un Sauvignon Blanc nato nel cuore delle Langhe.
Una anomalia forse per le Langhe ma con una sua logica profonda. Quella stessa logica che spinge l’uomo a cercare la bellezza nei contrasti, a trovare il proprio tono di voce nei silenzi tra le parole più attese.
Il Rovella Sauvignon 2022 è esattamente questo: un contrasto che si fa armonia.
Nel calice si distende un giallo paglierino brillante, quasi voglioso di spingersi verso il dorato, come una luce di tardo pomeriggio che indugia sulle colline prima di lasciarle all’ombra. C’è qualcosa di luminoso e fermo insieme, una promessa che il vino mantiene sin dalla prima occhiata.
Al naso, la profondità non si lascia desumere, si rivela. Arriva la pesca bianca, morbida e nitida, poi un cenno di frutti tropicali che non gridano ma sussurrano, come visioni che si intravedono tra le fessure di una persiana socchiusa. Fiori appena accennati, pera gialla, una delicatezza che non rinuncia alla sostanza. E sotto tutto questo, una morbidezza minerale: non la durezza della pietra, ma la sua essenza distillata, quella vibrazione silenziosa che certe rocce emettono al sole.
In bocca, il vino si apre come si apre un discorso tra persone che si conoscono bene. Appena si avverte che è un Sauvignon, quella freschezza di pera agrumata, un velo di limone così sottile da sembrare un’allusione, subito il vino cambia passo e si fa largo. C’è la frutta tropicale che si espande, che non si accontenta di restare in un angolo. Poi una sapidità che la sostiene e la rilancia, come un’onda che invece di ritirarsi continua a scorrere verso riva. La bocca rimane in uno stato di meraviglia, perché il bilanciamento è quello dei vini che non cercano di stupire con l’eccesso ma con la precisione.
E poi il finale. Quasi amarognolo. Quasi una mandorla salata, agrumata, con un’ombra vegetale che chiude il cerchio senza chiudere la conversazione. C’è un sussurro di dolcezza che si vuole continuare a sentire, ripetere, come un verso di una poesia che non si capisce del tutto ma si ama profondamente. E man mano che il vino si scalda nel calice, si ammorbidisce ancora, si concede di più, regala frequenze sempre più intime.
Rovella 2022 appartiene alla categoria dei vini dotati di una profondità che si concede.
Il secondo è un Metodo Classico Extra Brut Rose da Nebbiolo. Non è il solito esperimento perché quando si vuole sperimentare non si aspettano tanti anni. Invece Marco aspetta. Aspetta quel vino assoluto. Questo Metodo Classico è del 2015 e ha sostato sui lieviti per ben 100 mesi. 100 è in fondo un numero assoluto.
Cento mesi. Un tempo che non si misura, si abita.

C’è una soglia oltre la quale il tempo smette di essere cronologia e diventa qualcos’altro. Magari sedimento, memoria stratificata, luce filtrata da uno spessore che non si vede ma si sente. Cento mesi. Otto anni e quattro mesi di oscurità e silenzio in bottiglia, con i lieviti che continuano il loro lavoro paziente, quel colpo di polso ogni quattro mesi — gesto antico, quasi rituale — l’unico segno umano in un tempo che per il resto appartiene soltanto al vino.
Il Metodo Classico Extra Brut 100 Mesi 2015 è nato da un’idea che è sfida, desiderio di riscoprire antiche tradizioni, quel Nebbiolo spumantizzato già sperimentato nella prima metà dell’Ottocento nella Langa, a Barolo, a Pollenzo, a Novello. Una memoria sepolta da riportare in superficie con la precisione di chi conosce ogni pietra del proprio territorio. Oltre che la curiosità di chi non ha mai smesso di volerlo conoscere.
Nel calice, il primo incontro è già tutto: un rosa buccia di cipolla luminoso, antico, con quel perlage che sale quieto e costante come il respiro di qualcosa che ha vissuto a lungo. Non è il colore giovane di uno spumante nel fiore degli anni. È qualcosa di più denso, più caldo. Un oro antico, che porta dentro di sé la pazienza di emergere dal buio. Undici anni dalla vendemmia. Una vita, per certi vini. Un’alba, per questo.
Al naso arriva un mondo di pasticceria intensa e raffinata: la mandorla, la crema, lo zest d’arancia, la frutta candita, la pesca matura. E poi, come accade spesso con il Nebbiolo, vitigno che non dimentica mai da dove viene, una mineralità sottile, che sale da sotto, come un vento caldo dei pomeriggi d’estate in campagna. Quel vento che porta con sé le spore della terra, il calore accumulato nei sassi e un tocco ferroso che arriva da chissà dove, da qualche strato profondo della Bussia, da un tempo geologico che precede ogni parola.
In bocca la scoperta si fa certezza. La freschezza è piena, viva, sostenuta dall’arancia che arriva a pulire, a decorare, ad amalgamarsi in una sensazione di piacere rotondo e preciso. La mineralità si fa strada e aiuta il palato a riorientarsi, a ritrovare equilibrio dopo la ricchezza degli aromi. Poi rimane qualcosa. Una sensazione ampia, sapida, intensa, che non se ne va subito, che entra nella memoria e lì si installa con la discrezione di un’emozione vera.
Non so se sia un vino assoluto, nel senso con cui si usa quella parola quando si vuole misurare l’incommensurabile. So che è uno spumante che non si dimentica. Che entra in testa come si dice di certe persone, di certe musiche, di certi pomeriggi d’estate. Non te lo scordi più.
Non poteva mancare infine il Barolo Bussia 2021. Provenienza ovviamente dalla omonima località ed in particolare dalle vigne Rocche e Munie e affinato per 18 mesi in piccole botti di rovere a contatto con i suoi lieviti.
Il tessuto del tempo

Seta e cashmere. Non uva, non alcol, non struttura tannica. Tessuti. Come se il vino, prima di essere bevuto, dovesse essere immaginato con le dita.
Il 2021 arriva nel bicchiere con la compostezza di chi non ha fretta. Il colore è un rubino granato di intensità luminosa, quasi concentrato su se stesso, che non lascia dubbi sulla serietà di ciò che verrà. Poi il naso apre lentamente, come una stanza rimasta chiusa a lungo, dove l’aria porta dentro tutto quello che era stato custodito. Cuoio nuovo, liquirizia, fiori secchi, un’eco di mora scura che si fa largo tra le note più austere. Poi, più in fondo, qualcosa che somiglia alla terra bagnata di settembre, alle radici profonde, al muschio sui sassi.
Al palato il vino rivela la sua doppia natura: tannini vellutati ma strutturanti, che reggono il corpo senza opprimerlo, in un equilibrio che racconta decenni di lavoro sul Nebbiolo. C’è frutto rosso: ciliegia selvatica, prugna appena matura. Una vena balsamica che attraversa tutto come una corrente sotterranea. La freschezza che sorprende, la succosità che invita al sorso successivo. 
Il finale è lungo. Persistente. Quel tipo di finale che non se ne va subito, che lascia qualcosa di caldo e speziato, di dolce e terroso insieme. Come un pomeriggio di ottobre nelle Langhe, quando la nebbia comincia a salire tra i filari.
Questo Bussia 2021 è giovane. Ha ancora tutto il vigore di chi non ha ancora detto tutto. Tornarci tra qualche anno sarà come rileggere un libro che la prima volta si è capito solo a metà.
Guardare lontano
Chissà se c’è un vino che può rappresentare davvero Marco.
I Barolo della Bussia. Eleganti. Setosi. Profondi. Quella zona ha una nobiltà naturale.
Ma poi torna su qualcosa di più semplice.
La prima regola è non avere troppe regole.
Sorride.
L’importante è sapere dove vuoi andare.
È una frase che potrebbe valere per il vino, ma anche per la vita. Forse è questo il segreto delle Langhe.
Un territorio che per secoli è stato povero, duro, silenzioso e che oggi continua a raccontare la propria storia attraverso il vino. Non solo come prodotto ma come memoria liquida di una civiltà contadina che, in fondo, non è mai scomparsa del tutto.
Marco ha lo sguardo sornione. Indossa sempre la sua felpa con la scritta Bussia. La sua collina, il suo mondo. È come se la nostalgia per quello che le Langhe erano di un tempo, per i suoi amici di scorribande, prendesse il sopravvento. Ma è solo un attimo perché il suo sguardo è sempre stato e sempre sarà verso il futuro, verso un orizzonte che ancora dovrà materializzarsi. Eppure, lui lo vede. Lo sente. Sa come è fatto.
Non è filosofia spicciola. Non è un tanto per dire. È qualcosa frutto di un percorso umano fatto anche da sofferenza. Sono certo Marco ne abbia passate tante di tempeste nella sua vita. Accenna a qualcosa ma preferisco, per rispetto, non approfondire. Mi basta sapere è che guarda alla vita, la sua, di sua moglie, dei suoi figli, della sua azienda, in un modo diverso. Più profondo, più lontano.
Adesso suo figlio lavora con lui. Ha venticinque anni. È appassionato di vigna e di meccanica. Si occupa della parte agricola. Marco parla di lui con una dolcezza misurata, come chi non vuole esagerare, come chi sa che i figli devono fare la loro strada e che il compito di un padre è consegnare valori, non percorsi.
I nostri figli devono vedere se diventano i nostri specchi o gli specchi di qualcun altro.
C’è un concetto che Marco ha costruito intorno all’ossigeno: l’ossigeno come allenatore, come stabilizzatore, come metafora del rapporto con l’esterno.
Da diavolo e da nemico è diventato il mio stabilizzante. Ho impostato i miei vini su questa idea e ho cercato di educare i miei figli con lo stesso concetto: ogni nuovo inizio deve fare la sua strada, deve essere educato al giusto e allo sbagliato. Poi di lì si vedrà.
Lo stesso vale per i vini. Ogni bottiglia aperta è un organismo vivo.
Man mano che c’è più ossigeno, man mano si ampliano, si evolvono. È bello vedere cosa succede nel bicchiere. C’è un lavoro enorme, in vigna e in cantina, per portare lì quel grido dinamico. Ho cambiato il mio rapporto con l’ossigeno.
Lo interpreto come l’aver cambiato il suo approccio alla vita. Ed è uno di quegli insegnamenti dei quali si può far tesoro o lasciar cadere come se niente fosse.
Fuori, sulle colline della Bussia, i filari sono già verdi. Marco li conosce fin troppo bene per emozionarsi sempre, ma abbastanza da non smettere mai.
La natura non è tua amica. Devi sapere che in campagna vince il bosco, in montagna vince la montagna, in mare vince il mare. Non pensare di essere più forte.
E invece Marco, ogni anno, prova a fare il vino assoluto. Quello che non esiste. Quello che forse non si farà mai. Ma ci prova. Continua a provarci. Quello è il punto. Quello è tutto.
Nel libro di Carlin Petrini Vite di Langa e Roero (Slow Food Editore, 2025) è narrata la storia di un territorio che ha trasformato la povertà in bellezza, la disperazione in dignità. Petrini racconta le colline com’erano, abbandonate, povere, deserte di giovani e com’è arrivata la svolta. Lo fa con la stessa attenzione che dedica al cibo: cercando le radici, interrogando la memoria, avvertendo le nuove generazioni che il paradiso in cui vivono oggi ha il sapore di un sacrificio che qualcuno ha fatto per loro. Leggendolo si da ancora maggior risalto a chi come Marco Parusso l’ha vissuta davvero, sulla propria pelle. Imparando a respirare.
Io non posso che far tesoro di tutto questo.
Grazie Marco
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